Empatia verso gli animali? Ereditaria anche quella.

Photo by Jake Oates

Parrebbe che anche l’empatia verso gli animali sia una caratteristica regolata dalla genetica.

In passato, erano stati condotti studi per verificare la correlazione fra diverse varianti alleliche del gene che sovrintende ai recettori per l’ossitocina, ed era stato possibile appurare il coinvolgimento di almeno una di esse nell’empatia fra esseri umani. Ora, una ricerca condotta all’Università di Edimburgo e mirata a verificare se analoghe correlazioni potessero essere rintracciate anche nell’empatia fra uomo e animale, sembra indicare che una variante allelica sia responsabile di un elevato livello di empatia uomo-animale.

Sarebbe la variante allelica OXTR SNP rs2254298, la responsabile della empatia uomo-animale: una sua presenza nell’essere umano in forma omozigote è associata a livelli di empatia maggiori, rispetto alla presenza in forma eterozigote. Si tratta di una prospettiva assolutamente nuova, perché indica che il ruolo dell’OXTR (il recettore dell’ossitocina) nel determinare il comportamento sociale possa attraversare le barriere fra le specie.

Il testo completo della ricerca può essere letto QUI.

Ereditiamo la propensione ad avere un cane?

courtesy of Padsociety

Alcuni di noi hanno una propensione innata ad accogliere un cane nella famiglia?

La domesticazione del cane è stato un processo evolutivo che ha inciso profonde conseguenze in parallelo nell’uomo e nel cane?

Il fatto che il contatto con i cani offra assodati benefici terapeutici all’uomo malato dipende da fattori genetici di entrambe le specie?

Queste tre domande sembrano convergere sui risultati di una ricerca svedese condotta su oltre 80.000 individui (umani) che coinvolgevano più di 50.000 coppie gemellari. E sì, la risposta alla prima domanda sembra essere netta: voler accogliere uno o più cani nella nostra famiglia umana è decisamente un fatto genetico, che va oltre l’educazione, l’imitazione e la moda.

Negli oltre 30.000 anni (15.000 accertati) di evoluzione fianco a fianco di uomini e discendenti dei lupi, era abbastanza ovvio che i canidi più disponibili al contatto umano venissero selezionati – meno intuitivo, invece, che una analoga selezione naturale si verificasse in parallelo nella specie umana.

Altre ricerche sono in corso, e daranno senza dubbio risultati sorprendenti.

Chi fosse interessato al testo originale della ricerca, lo può trovare QUI

Lupi e cani sanno collaborare con l’uomo, però in modo diverso

Courtesy of Friederike Range/Vetmeduni Vienna

Secondo una recente ricerca di studiosi del Wolf Science Center, Domestication Lab, Konrad Lorenz Institute of Ethology, tanto i cani quanto i lupi, se precocemente socializzati, sono in grado di collaborare con l’uomo. In modo diverso, però: il cane guarda impara e imita; il lupo cerca di prendere l’iniziativa.

I risultati preliminari indicano anche che i cani mostrano una capacità molto minore di collaborare con i loro conspecifici, rispetto ai lupi. Questo probabilmente ha a che fare con il processo di domesticazione, che avrebbe selezionato gli esemplari particolarmente disposti a collaborare con l’uomo, più che con i propri simili.

Il testo integrale della ricerca e dei suo risultati si trova QUI

Per favore, fatti mangiare

A volte, i comportamenti istintivi risultano inadeguati: in questo caso, il giovane uccello affamato (una gazza? correggetemi se sbaglio) chiede di essere nutrito… alla preda. Più che inadeguato, è un comportamento istintivo fuori tempo; dovrebbe essere già passato alla predazione attiva – ma del resto, non sappiamo se sia riuscito a seguire i genitori e imparare da loro. E’ un passaggio che non può essere risolto istintivamente, deve svilupparsi cognitivamente, con la mediazione dei neuroni specchio.

Anche le formiche nel loro piccolo si vaccinano

E lo fanno probabilmente da 100 milioni di anni. Nell’ultimo decennio si sono accumulati studi che dimostrano come le formiche di diverse specie siano in grado di contribuire attivamente all’immunizzazione dell’intera colonia, quando una delle operaie rientra al nido infettata da un fungo mortale, come il Metarhizium anisopliae. Le altre operaie la curano e la accudiscono in modo particolare, andando poi a disseminare piccole dosi di materiale infetto fra tutte le altre operaie del nido: tutto il formicaio a questo punto sviluppa una immunità all’agente patogeno.


Più recentemente, studiosi italiani hanno potuto verificare che le nuove regine, quando fondano il loro formicaio, sono in grado di trasmettere alle nuove generazioni l’immunità che hanno acquisito in precedenza.
Gli studi originali possono essere letti QUI e QUI.

Le lontre di mare conoscono l’incudine e il martello

Le lontre di mare (Enhydra lutris) sono gli unici animali marini ad utilizzare attrezzi per procurarsi il cibo. E in modi diversi, anche: usano sassi appuntiti per staccare i bivalvi dagli scogli sommersi, oppure un sasso per aprire le cozze, usandolo come un martello contro il proprio petto, ma anche come incudine appoggiandolo sul petto e picchiandovi contro il mollusco. Oppure, vicino a riva, usano scogli appuntiti emergenti dall’acqua: quelli più adatti vengono adottati come “cucina da campo” di intere famiglie per diversi anni e sono circondati da depositi di schegge di conchiglie che formano spessi strati, come attorno agli insediamenti umani preistorici.

Alcuni etologi e archeologi si sono dedicati allo studio di questi depositi, che hanno analogie con i depositi di resti attorno agli insediamenti umani preistorici. Dallo studio dei depositi, emerge come la popolazione di lontre studiata abbia evoluto un movimento destrimano piuttosto raffinato, con tanto di rotazione del polso.

L’articolo originale è qui.

Le cimici acquatiche giganti, predatori e padri

I Belostomatidi sono cimici giganti acquatiche, che esibiscono comportamenti molto particolari messi in luce da una recente ricerca dell’entomologo giapponese Ohba.

Come predatori, grazie anche alla loro grande taglia (fino a 10-12 centimetri di lunghezza) sono tanto efficienti da essere in grado di cacciare pesci e rane, e addirittura di nutrirsi di tartarughe acquatiche.

Come genitori, si dedicano a cure parentali abbastanza rare fra gli insetti: infatti sono i padri, che si dedicano ad accudire le masse di uova ossigenandole, difendendole dai predatori e anche dalle femmine, che si dedicano sovente all’infanticidio.

L’articolo originale di Ohba può essere letto qui

L’ARCHITETTO MONOGAMO MANIACO DELLA PULIZIA DALLE FECI VIOLA

EticoScienza – Associazione di Etologia Etica1


Può arrivare a 15 anni di età, lungo un metro e pesa 15kg, il Meles meles, occupa gran parte d’Europa, alcune porzioni del Medio Oriente e dell’Asia centrale.
Stiamo parlando del Tasso, il mustelide notturno che insieme all’orso viene considerato “il meno carnivoro fra i carnivori”. Amante delle bacche e dei frutti di bosco, non è raro trovare fatte di tasso…viola.

Ma bando alle classiche e noiose descrizioni su alimentazione e tassonomia, oggi vogliamo fare gossip: il tasso fa l’amore per piacere e la femmina è un po’…ecco, libertina. Ebbene sì signori, sono stati documentati tassi che si accoppiavano anche fuori dalla stagione riproduttiva e sebbene il tasso sia monogamo (la coppia è stabile per tutta la vita), alla femmina piace andare in giro la sera (…da buona notturna) e fare “movida”. Pare infatti che la metà dei cuccioli che una femmina dà alla luce durante la sua vita non siano figli del proprio partner.
I cuccioli, in numero di 1-5, vengono dati alla luce dalla femmina in una camera della tana ad essi dedicata.

Ecco, e proprio parlando di tane e di camere…
Il tasso è un vero e proprio architetto del bosco. A sentir parlare delle sue tane, sembra di leggere un annuncio immobiliare. Pensate che una tana osservata in Inghilterra contava ben 50 camere e 178 ingressi, per un totale di 879 m di gallerie sotterranee distribuite in oltre trenta metri quadrati di superficie e cinque metri di profondità.
All’interno della tana vive l’intera famiglia che si compone di genitori e figli, proprio come nella nostra specie.
I tassi scavano la tana nel suolo boschivo, partendo da cavità naturali nel terreno o nelle rocce, lungo argini naturali ed artificiali o alla base di un albero. Essa si compone di un ingresso e di una galleria più o meno lunga che misura fra i 22 e i 63 cm di larghezza la quale sfocia dopo 5–10 m in una camera abitativa posta solitamente fra 1 e 2,5 m di profondità, di forma ellissoidale e che il tasso specialmente durante la stagione fredda fodera con foglie secche, felci e muschio, e che provvede a rimuovere e sostituire con estrema perizia.

E già, perché possiamo dire che il tasso sia uno di quelli che chiamiamo “maniaci della pulizia”.
Ogni camera è adibita a qualcosa di specifico, come una vera e propria casa: camera da letto, sala da pranzo, bagno, camera dei bambini, camera degli amori e sia mai che queste stanze vengano sporcate.
Durante l’inverno, il tasso può infatti essere osservato portare il rivestimento della tana all’esterno dell’entrata durante il giorno, per poi riportarlo pulito, all’interno una volta riscaldatosi e se un esemplare muore all’interno di una delle camere, i coinquilini provvedono a ricoprirlo di terra e a tappare l’entrata della stessa, oppure a seppellirlo all’esterno della tana.

La volpe rossa è un coinquilino abituale del tasso: i due animali si tollerano l’un l’altro in una sorta di commensalismo, con il tasso che mantiene pulita la tana e la volpe che portando gli avanzi di cibo nei pressi di essa contribuisce involontariamente al sostentamento dell’ospite.

Nel romanzo Re in eterno, il giovane Re Artù viene trasformato dal Mago Merlino in un tasso durante il suo processo educativo: così trasfigurato inconterà un altro tasso più anziano, il quale gli confesserà di non potergli insegnare altro che a scavare ed amare la propria casa.

Un approfondimento, e bibliografia qui

Consigli a un giovane etologo

Christian Lenzi, dal blog Facebook di EticoScienza – Associazione di Etologia Etica:

RUBRICA: CONSIGLI DI LETTURA ETOLOGICA

Abbiamo da poco inaugurato una nuova rubrica: “Consigli di lettura etologica”. Sarà un’occasione, con cadenza settimanale, di proporre alcuni testi o manuali adatti ad approfondire alcune tematiche del mondo dell’etologia.

La scorsa domenica vi avevamo presentato “L’etologia” di Konrad Lorenz (https://amzn.to/2O7s8QB). Oggi vi proponiamo il libro ideale per studenti e giovani laureati, scritto da Enrico Alleva e Nicoletta Tiliacos con appendice di Claudio Carere (in questa sezione troverete ottimi spunti per un’eventuale carriera all’estero): “Consigli a un giovane etologo”.

Breve descrizione: “Un volume che può essere definito come un manuale per aspiranti naturalisti. Perché se etologi probabilmente si nasce, per qualche aspetto lo si può anche diventare. È allora fondamentale investire sulle scelte di formazione, per cui anche iscriversi a un’università piuttosto che a un’altra diventa importante. Il libro offre agli amanti della natura ciò che di più affascinante si può trarre dall’esperienza di coloro che indagano sul comportamento animale: la pura gioia dell’etologo di fronte ai suoi animali.”

https://www.facebook.com/groups/2014275418656660/permalink/2183516318399235/

Firehawks, i falchi di fuoco

Si pensava un tempo che l’uomo fosse l’unico animale capace di utilizzare il fuoco. Anzi, questa era una caratteristica che veniva considerata la prova che noi uomini siamo chiaramente al di sopra di tutti gli altri animali, come vogliono la nostra presunzione e -storicamente- le nostre religioni.
Eppure, lontano dalla nostra cultura occidentale, altri uomini tramandavano oralmente forse da 40.000 anni una conoscenza molto diversa. Quella dei falchi di fuoco, uccelli in grado di utilizzare tizzoni ardenti per incendiare vasti tratti di savana nel nord dell’Australia, e sfruttare l’incendio per cacciare gli animali in fuga. Anzi, secondo le leggende, proprio i falchi di fuoco avrebbero insegnato l’uso del fuoco agli esseri umani.


Solo leggende? Non proprio.
Una ricerca condotta sul campo da una équipe composta da Robert Gosford e altri due ricercatori australiani ha dapprima raccolto una cospicua mole di racconti orali degli aborigeni australiani che citavano questo comportamento, poi si è imbattuta nell’autobiografia di Waipuldanya “Io, l’aborigeno” che testimoniava in modo molto convincente la realtà dei firehawks.
Da qui è partita una indagine a tappeto sui rapaci dell’outback. Il risultato? non una, ma ben tre specie di rapaci, il nibbio bruno (Milvus migrans), l’aquila fischiatrice (Haliastur sphenurus) e il falco bruno (Falco berigora) sono stati visti e documentati mentre da consumati piromani raccoglievano tizzoni ardenti e si portavano in zone diverse, per incendiare nuovi tratti di prateria. Anzi, in qualche caso addirittura rubavano legnetti incendiati da fuochi attizzati dall’uomo, come i barbecue all’aperto.

Si tratta di una caccia di gruppo, e dà origine a un comportamento di frenesia alimentare, che vede molti individui di falchi inseguire le prede che fuggono dal fronte del fuoco: roditori, rettili e altri piccoli animali.

Ulteriori ricerche potranno mettere in luce se anche in altri continenti questo comportamento sia diffuso fra i rapaci, e quali siano le modalità di trasmissione/apprendimento.

Fonte: Mark Bonta, Robert Gosford, Dick Eussen, Nathan Ferguson, Erana Loveless, Maxwell Witwer
J. of Ethnobiology, 37(4):700-718 (2017)

Courtesy of The Wildlife Society